L'ASSEDIO

---------------------------------------------
REGIA: Bernardo Bertolucci
CAST: Thandie Newton,David Thewlis,
Claudio Santamaria, Massimo De Rossi
SCENEGGIATURA: Bernardo Bertolucci e
Care Peploe, tratto dal racconto
di James Lasdun
1999 Italia/Gran Bretagna 93m
DRAMMATICO




Marcone (in Benjamenta) 

Non sono un appassionato di film sentimentali e "L'Assedio", inutile negarlo, rientra a pieno titolo nella categoria.
Ma filtrare un giudizio critico attraverso quelli che approssimativamente bolliamo come 'gusti personali' è una prassi che rinnego con forza; il problema dei 'gusti' mi affligge solo nel contesto di una gelateria.
Evitando però d'impelagarmi in una disputa troppo antica e radicata perché la si possa liquidare con una semplice battuta, sento l'obbligo di motivare questa premessa giustificando (e non 'gustificando') l'ottima impressione ricevuta dalla pellicola.
Per prima cosa va sottolineato come Bertolucci riesca a cogliere sfaccettature d'amore sottili ed evocative, sapientemente in bilico tra esperienza quotidiana (amore con la a minuscola) e ideale (Amore con la A maiuscola), mettendo da parte ogni abuso di languide verbosità (consultare il protocollo hollywoodiano alla voce "film sentimentali") decisamente fuori dalla portata del comune mortale.
Da buon regista, da attento demiurgo, Bertolucci dosa e mescola con perizia gli ingredienti basilari della sostanza che chiamiamo CINEMA: immagini, musica, recitazione.

La storia d'amore tra Mr. Kinski, pianista inglese introverso e fragile, e Shandurai, immigrata africana divisa tra mansioni da domestica e studi in medicina, è intensa e silenziosa, quanto ripida e complessa.
Poche parole, tanti sguardi timidi, sfuggenti, impacciati ed una colonna sonora che sgorga spontanea dai tasti del pianoforte interrogato con dubbio e passione dal compositore e dalle canzoni etniche intonate da un eclettico cantastorie.
Musiche diverse, quindi, spazi diversi (i due protagonisti vivono nello stesso palazzo, ma separati da una imponente scalinata), storie diverse (Shandurai è sposata con un uomo incarcerato dal dittatore africano di turno mentre Mr. Kinski vive solo).
Tuttavia Bertolucci riesce a far incontrare due universi apparentemente incompatibili identificando nel 'Gesto' puro e semplice il canale comunicativo preferenziale.
L'amore deciso di Mr. Kinski prende forma e sostanza attraverso una sorta di 'pulsione terrena'. Nulla di lirico, eroico o sovrumano, quindi.
Rinunciando ai propri beni e alla propria identità (il compositore che si priva dello stesso pianoforte), Mr. Kinski sceglie di liberare il marito di Shandurai, seminando nel cuore della ragazza il germe della confusione. Amore e gratitudine, sacrificio ed interesse, passato e presente s'incontrano, si scontrano, si strizzano l'occhio e alla fine NON si risolvono come è logico (oppure illogico) in un amore a misura d'uomo.

Realistici ed emozionanti, e quindi da sottolineare, sono gli scorci di Roma che fanno da sfondo alla vicenda.
Scorci di una capitale multietnica, animata dal via vai incessante delle persone attraverso la metropolitana di piazza di Spagna; di una metropoli indaffarata, che non sa, non riesce a cogliere ciò che accade 'dentro' alle case o al cuore dei suoi abitanti: emozioni troppo distanti, lente e silenziose se comparate ai ritmi frenetici e ai rumori quotidiani che la scuotono.



il Saggio

La storia di un animo sensibile e solitario che assedia il cuore indebolito di una giovane donna, la quale, per far fronte all'asprezza di una difficile realtà, impegna se stessa ventiquattr'ore al giorno.
Un arazzo dipinto nel centro di una Roma minimale e sorniona, protagonista anch'essa e spettatrice complice dei due personaggi protagonisti. Di particolare effetto è la sequenza finale: Piazza di Spagna deserta alle prime luci dell'alba, nella quale il silenzio di una metropoli solitamente caotica corrobora la soavità della vicenda.
Un film poetico, la cui sceneggiatura non è scritta da semplici parole, ma dagli sguardi e dalle sensazioni che i protagonisti vivono sulla loro pelle; una condizione resa credibile dalla maestria dei due attori, bravissimi nel saper dare significato ad ogni piccolo gesto.
Gradevoli, ma a volte controproducenti, le sporadiche apparizioni dei personaggi minori che fanno da corollario agli avvenimenti: l'amico omosessuale di lei, il compratore partenopeo, il prete di colore ed i piccoli allievi del pianista. Paragonando questa pellicola a film come Una relazione privata, salta infatti subito all'occhio come manchi la claustrofobia emotiva tipica di un rapporto passionale tra due persone. La presenza di altre figure fornisce ai protagonisti ed anche allo spettatore, la possibilità di stemperare il senso di ansietà che i due amanti si suscitano reciprocamente.
Buona prova di regia da parte di Bertolucci; una piccola gemma che ci racconta la disperazione suscitata nell'uomo dal desiderio di essere amato.



Fabbione (in Dottor Kurando) 

Rispetto alla pletora dei colleghi contemporanei, Bertolucci ha sempre goduto di un posto al sole, di un occhio di riguardo sia dalla critica che dal pubblico pagante, per la sua tenace ricerca - come uomo e come artista - di decorare la tessitura diegetica con una chiara vocazione all'eleganza e alla poesia.
Un marchio di fabbrica che ha permesso ai suoi lavori di trasformarsi in veri e propri eventi cinematografici, patrocinati da budget produttivi che mettono di buon umore e campagne pubblicitarie invadenti come solo quelle politiche. E forse è proprio tutto questo frastuono il limite dei suoi ultimi lavori, deformando progetti ambiziosissimi in fastidiosi esercizi di stile, gravati oltretutto dall'insistenza di perfezionare al dettaglio la propria poetica narrativa dimenticando altre componenti fondamentali per la riuscita di un buon film (punto cardine lo offre Io Ballo Da Sola… urticante perché dannatamente forzato). Sarà allora il richiamo mediatico e le aspettative da esso indotte a rendere opaco un raffinato narratore come Bertolucci?
A visionare l'Assedio (da noialtri affettuosamente ribattezzato l'assedia) parrebbe proprio di sì. Un progetto inizialmente concepito per la TV, sconosciuto alla massa (non)pensante sempre alla ricerca di emozioni al bacioperugina, un cast affatto stellare e una lavorazione non ossessionata dalla logica dei grandi numeri.
Il risultato è una pellicola che gira in cerchio come la scalinata che separa i due personaggi, arrecando un conseguente, piacevole senso di vertigine: le azioni minimali e grottesche dei due, l'abitazione apparentemente anonima, fulcro del film, che affaccia di fronte alla fermata della metro di Piazza di Spagna, passaggio obbligato per un'infinità di persone e razze, spaccati di un Africa problematica e nervosa messa in confronto agli sfondi di una Roma sognante ed eterna, il tutto orchestrato dal tocco leggiadro (e finalmente funzionale) del regista di Novecento.