A HISTORY OF VIOLENCE

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REGIA: David Cronenberg
CAST: Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris,
William Hurt, Ashton Holmes
2005 USA 96m
DRAMMATICO/THRILLER




Filippone (in Porcoddena) 

Pensate ad un film con teste esplose, ossa nasali distrutte a pugni e colpi di pistola diretti al centro di una fronte, tutto ripreso in primo piano e con dovizia di particolari. Bene, ora continuate a pensare allo stesso film ma diretto da un qualsiasi francesino fighetto del cazzo o da uno spagnolo che crede di essere il messia della new-wave dell’horror: flashate bianche a getto continuo, diecimila stacchi di montaggio in un secondo, una direzione della fotografia elaboratissima che fagocita la scena, effetti digitali di terza categoria, un sonoro assordante, un utilizzo di almeno dieci tipi diversi di supporti di ripresa, inquadrature che non durano più di una frazione di secondo… Un film di merda.

Ora, invece, guardate ‘A History of Violence’ diretto da David Cronenberg: teste esplose, ossa nasali distrutte a pugni e colpi di pistola diretti al centro di una fronte, tutto ripreso in primo piano e con dovizia di particolari, sì, ma girato con un rigore formale che rende ogni sparo uno schianto, ogni schizzo di emoglobina un bagno di sangue ed ogni semplice atto di violenza una storia a sé, un risultato ottenuto anche tenendo la macchina da presa ben salda al cavalletto piantato in terra, mettendo il soggetto principale della scena al centro dell’inquadratura e fotografandolo perfettamente a fuoco, senza stupidi orpelli, senza stronzate modaiole. Un gran film.

Vuoi colpire il pubblico? Allora tieni ferma quella cazzo di cinepresa e lascia che il grosso del lavoro sia fatto dal contenuto, da quello che vuoi riprendere; vedrai che funziona. Anche perché, in questo caso, le teste fracassate solo solo uno dei volti della pellicola ed un validissimo aiuto arriva direttamente dalla storia raccontata, la mutazione interna mal completata di un ex-delinquente (ma di quelli pesanti) diventato un Signor Nessuno, che sarà battuto dall’istinto e costretto a riappropriarsi del suo sogno americano pagandolo a fucilate e diventando (anzi, riscoprendosi) peggiore dei criminali eliminati che gli sono valsi l’appellativo di “eroe”.

Cronenberg mette in scena un’escalation in cui ogni violenza viene annientata da una brutalità ancora più grande dell’atto che l’ha generata, fino a che una catartica accettazione di un passato da incubo non spezza la catena (almeno momentaneamente). La famiglia invece di esplodere rimane unita, ma all’insegna del “nonostante tutto” e in nome di uno status quo che sembra voler essere mantenuto a qualsiasi prezzo (anche quello – suggerito da un’inquadratura che racchiude quasi tutto il senso del film – di accettare la violenza come parte integrante di un nucleo familiare, un nuovo membro che viene rappresentato dal fucile che, insieme al padre, abbraccia il figlio dopo la strage di malviventi nel giardino di casa), e per chiudere definitivamente gli scheletri nell’armadio – quindi – non rimane che apparecchiare la tavola e passare il polpettone a papà, in un finale che chiude una storia di violenza nel silenzio più assoluto.