Il Giuoco delle Palle
Una volta ho rischiato di giocarmi le palle e non è stata certo la cosa
peggiore della vicenda che mi accingo a narrare.
Era un caldo
pomeriggio estivo di tanti anni fa e sulla spiaggia, mentre la maggior parte dei
ragazzi correva dietro al pallone scimmiottando le imprese di Holly e Benji, io
mi dilettavo insieme a qualche altro pischello nel mascolino giuoco delle bocce
sognando le mirabili gesta dei pensionati del circolo bocciofilo. Ero anche
arrivato secondo nel torneo "dei grandi" che si era tenuto presso uno
chalet qualche giorno prima, mettendomi a frignare e sbattendo i piedi dopo
aver perso la finale suscitando certamente grande senso di colpa in chi mi
aveva battuto ("mio dio, guarda cosa ho fatto, avrei dovuto farlo
vincere")...ma questa è un'altra storia...
Nel mezzo del durissimo
allenamento che mi doveva condurre alla vittoria del torneo l'anno venturo
(torneo che non si svolse mai, perchè lo chalet cambiò gestione) un baldo
giovane, probabilmente invidioso del mio talento e del successo che riscuotevo
con le donne (perchè si sa, alle donne piacciono i tipi sportivi) cominciò a
canzonarmi. L'orgoglio e l'eccessiva sicurezza nei miei mezzi atletici mi
furono fatali.
Cambio di stile.
<<Tua madre è una
puttana!>> afferma lui con preoccupante convinzione.
<<Non è
vero!>> gli rispondo <<...è tua madre che lo succhia
a...a...>> cerco disperatamente una parola, un'immagine forte, d'impatto,
che lo zittisca <<...a tutti!>>. Non sembra turbato. La pochezza
lessicale in materia di insulti a mia disposizione mi convince prematuramente
che è tempo di passare alle mani.
Gli tiro una delle due
bocce che ho in mano facendo attenzione a non colpirlo, perchè non sono davvero
incazzato. Voglio solo dimostrargli che faccio sul serio. Ma mentre io
"faccio attenzione a...", "voglio solo dimostrare che..."
lui si avvicina minaccioso.
<<Che cazzo
vu...>> ho il tempo di urlare prima che un poderoso calcio si stampi sui
miei coglioni. Gamba tesa e piede a martello. Stilisticamente perfetto. Come
dire letale.
Uno...due...tre secondi.
Non sento dolore, non mi ha fatto niente. Ho solo un lieve tepore, quasi
piacevole, all'inguine e il tempo di scagliargli la seconda boccia, stavolta
con intenti omicidi. Lo manco di molto e come un flash sparato dritto nella
pupilla arriva il dolore. Cado a terra, sul dorso, dimenandomi come una blatta
folgorata dal ddt. Poi il buio.
Quando mi riprendo sono
seduto su una sedia. Mi stanno dando un bicchiere d'acqua. Mia sorella mi
guarda con la faccia preoccupata ma la mia attenzione è rivolta a
quell'insopportabile dolore alla pancia. Mi tremano le gambe e...a che cazzo mi
serve l'acqua da bere...ho male alla pancia. Deficienti.
ffwd.
All'ospedale di S.
Benedetto del Tronto (dove in futuro il mio orgoglio maschile sarebbe stato
ancora messa alla pubblica gogna, ma questa è un'altra storia) una giovane
infermiera mi dice di abbassarmi il costume. Eseguo. Un brivido gelido mi corre
lungo la schiena. A spaventarmi non è tanto quella macchia nera e viola che mi
ricopre interamente lo spelacchiato pallame, ma un particolare, un dettaglio,
qualcosa che i miei occhi hanno colto, ma la mia mente fatica ad elaborare. In
quello spaccato anatomico appena disvelato, come nel gioco enigmistico delle "dieci
piccole differenze", qualcosa non mi convince. Qualcosa manca.
Ah, ci sono...dov'è il
mio cazzo???
Ombelicato. Rinculato.
Ritirato nelle viscere come la testa di una tartaruga. Minuscolo. No.
Impercettibile.
Sarà stata la paura?
L'agitazione? O una reazione fisiologica di autodifesa dell'organismo? Beh,
quella giovane infermiera è del mestiere, certamente capirà. Non c'è bisogno
che gli spieghi nulla.
E poi, certamente, starà
pensando alla feroce lotta che devo aver ingaggiato per ridurmi così...sì...sì...starà
pensando a come posso aver ridotto quell'altro...adesso gli dico delle
bocce...di come le ho scagliate con violenza verso il mio avversario...
Sì, vabbè!
Mi guarda. Arrossisco e
abbasso lo sguardo fino a fissarmi il petto. Con fugaci tocchi della mano,
camuffati da grattatine, cerco di ridare dignità al mio organo. Niente.
L'orgoglio è ferito
irrimediabilmente e ancora oggi, nella notte, mi capita di svegliarmi di
soprassalto urlando <<Dov'è il mio cazzo???>>.
Poi mi frugo il pube. Ne
saggio la sostanza strizzando con perizia il pacco nella mano a conca e torno a
dormire sonni agitati...(to be continued?)
Morale della
storia:
VA BENE LE PALLE, MA IL
CAZZO NO, CAZZO!!!