Quando la mia dieta lo richiede, da
bravo consumatore raggiungo il pizzicagnolo dietro casa e vado
alla ricerca di una confezione da tre del Tonno
Insuperabile.
Un cerimoniale dettato non tanto dalla qualità del prodotto,
ma dal rassicurante faccione del pescatore buono effigiato
sul cartone. Quello stesso uomo sorridente, guarnito di occhi
a fessura come i cinesi che parecchi anni prima - avendo a disposizione uno
spazio televisivo di pochi secondi – annunciava proverbiale lo storico slogan:
“Tonno Insuperabile, centosessanta grammi
di bontà…in olio d’oliva!”, con un tono meccanico/strascicato che ricordava
vagamente quello di papa Wojtyla a quarantasei anni.
Perderei solo tempo a negarlo, ma questo celebre scorcio
pubblicitario ha codificato ex novo il mio codice a barre interiore, facendomi
ricredere sul principio secondo il quale uno spot azzeccato può far lievitare
di molto le vendite di un articolo. E considerata la
strana piega intrapresa dal progresso, tutto fa presupporre che sia davvero
così. Conosco amici che ancora acquistano i Sofficini
Findus, smaniosi d’intagliarli con la forchetta per
controllare che sorridano di abbondante formaggio
fuso! Ma torniamo al nostro uomo. A rendere quel breve
spot un’esperienza unica era lo sbalorditivo dettaglio tecnico impresso su
pellicola: il pescatore ricoperto d’indumenti stantii come la cerata verde
militare, il maglione celestino di lana infeltrita a lupetto, una pipa da
profeta navigato che attende senza fretta la venuta del pescespada, un
berrettino di quelli minimali da malavitoso infame e l’ipnotico baffo folto che
nascondeva in modo lieve la fila superiore dei denti (fradici pure quelli come
un vero lupo di mare?). Ma non è tutto, infatti anche
i ‘riempitivi’ della scena fornivano il loro prezioso contributo.
Prendiamo ad esempio i tre puntini di sospensione collocati
nella frase del nostro amico televisivo; ebbene, poco prima di “…in olio d’oliva” calava un nanosecondo
di silenzio, subito sostituito da un giuoco di
prestigio orchestrato dal nostro eroe, che lo vedeva sollevare una mano e
mettere in mostra il famigerato ramoscello d’ulivo al vento. Intanto alle sue
spalle risaltava l’enorme profilo di un peschereccio bianco e giallo, impataccato
da strisce di ruggine orizzontali provocate dagli scoli. E per chiudere in
bellezza quella gragnola d’emozioni visive, gli altoparlanti dei nostri
teleschermi venivano suppliziati da un insistente
pigolio di gabbiani, svolazzanti sullo sfondo e logicamente inconsapevoli della
loro apparizione televisiva. Una buffa dissonanza quest’ultima: come dire, attori naturali liberi di
fluttuare nella vastità del cielo azzurro (omaggio d’obbligo al Gabbiano
Jonathan Livingston) contrapposti
al mercimonio capitalista del tonno in scatola. Tanto
d’avermi continuamente spinto a fantasticare sul significato di quei piccoli lamenti.
Chissà, forse i cugini pennuti di Civitavecchia,
impettiti e borgatari davanti alla telecamera,
avrebbero gridato senza vergogna: “Anvedi questi! Guarda
che stanno a fà pe convince er pubblico a magnà er tonno. E poi che tonno… na ciofeca! Manco le capocce je lasciano…”.
Terminata questa rapida disamina, una serie di legittime domande.
Ma Baffo (alias il nostro amato protagonista)
è un pescatore vero oppure un commediante prestato alla causa? Nel caso fosse un attore, avrei pieno diritto di sapere: a) come si
chiama. b) perché non è diventato famoso. Ci riesce qualsiasi stronzo, non capisco cosa in lui (militante via etere da
anni nel settore ittico) non abbia funzionato. c) e’
consapevole di ciò che ha fatto? d) quanti anni avrà oramai?
In definitiva questo signore è
riuscito a simboleggiare la pura essenza del pescatore vecchia maniera. Fatico
non poco a immaginarmelo nella vita reale di tutti i
giorni, magari in giacca e cravatta , incazzato come
una vipera a dirigere un’importante compagnia d’assicurazioni . O ancora, pensate che ridere aver potuto assistere di persona ai
preparativi delle pose fotografiche. Lui al centro
dell’attenzione, accerchiato dall’apparecchiatura della troupe e dai
riflettori che abbagliano mezza banchina. Dalla confusione emerge il visagista
delle dive che apporta gli ultimi ritocchi al suo volto finto segnato dai
troppi inverni, fino a quando il fotografo non decide di cominciare con gli
scatti. E allora Baffo che ti combina? Si prodiga in
un lungo respiro, umetta e asciuga le labbra a ripetizione come un assaggiatore
di vini pregiati e finalmente, con naturalezza, s’immobilizza in quei tratti
somatici che tutti conosciamo e si trasforma nel
meraviglioso personaggio immortalato nella foto (tanto perfetta da rievocare
leggende di mille porti di tutti i mari del mondo).
E per finire, un plauso di cuore va
rivolto all’azienda impresaria del Tonno
Insuperabile che, nonostante la loro opera di celluloide stia ingiallendo
come le mappe dei pirati, non ne vuol sapere di rinverdire la propria campagna
pubblicitaria.
Una scelta dettata dalla consapevolezza di aver creato un
archetipo pop di fine millennio o la temuta ombra della bancarotta che li tiene
appesi al filo di un palloncino gonfiato male?
Fabio Di Cesidio
Settembre 2003